Nel settembre 2024, una parola è emersa in un’intervista tra il videomaker @TomSurYoutube e l’influencer Anthony Sirius. Questa parola, “kayakobeme”, non esiste in nessuna lingua. Il suo sottinteso sessuale è immediato. In pochi giorni, il neologismo inonda TikTok, Facebook e YouTube Shorts. In Benin, prende una traiettoria diversa: gli internauti cercano di attribuirgli una traduzione in fon o in yoruba, e la polemica inizia.
Kayakobeme e la creazione di una falsa etimologia africana
Sui social beninesi, sono iniziate a circolare video con sottotitoli che attribuiscono a “kayakobeme” un significato in lingue locali. Alcuni creatori hanno presentato il termine come derivato dal fon, altri dal mina, senza che alcuna fonte linguistica sostenesse queste affermazioni.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte da una sonorità che evoca vagamente una parola esistente, si sovrappone una traduzione e si lascia che l’algoritmo faccia il resto. La parola non ha alcuna radice linguistica identificabile, né in fon, né in yoruba, né in nessun’altra lingua beninese documentata. Lo stesso Anthony Sirius ha confermato di averla inventata sul momento.
Qui troviamo uno schema che la traduzione di kayakobeme in Benin ha ben descritto: il passaggio da uno scherzo improvvisato a un oggetto di polemica culturale si basa su traduzioni fabbricate, non su un reale malinteso linguistico.

Traduzioni sensazionalistiche sui social: kayakobeme non è un caso isolato
Dal 2024, la critica delle traduzioni approssimative è diventata un tema ricorrente nelle polemiche online francofone. Il caso kayakobeme si inserisce in una tendenza più ampia in cui la traduzione diventa un meccanismo di buzz piuttosto che uno strumento di precisione.
Un esempio documentato riguarda il giornalista britannico Ben Jacobs. Un canale arabofono ha pubblicato una versione tradotta delle sue dichiarazioni su un trasferimento calcistico, deformando sostanzialmente il significato originale. Jacobs ha dovuto rettificare pubblicamente ricordando che “non è affatto ciò che ho detto”.
Il parallelo con kayakobeme si basa su un punto preciso: in entrambi i casi, la traduzione errata non è accidentale. Essa genera coinvolgimento, condivisioni, commenti indignati o divertiti. I creatori di contenuti che attribuiscono un significato locale a un neologismo inventato lo fanno consapevolmente, perché la controversia produce visualizzazioni.
Ciò che distingue il caso beninese
In Benin, la dimensione linguistica tocca un nervo particolare. Il fon e il yoruba sono lingue vive, parlate quotidianamente, e la loro strumentalizzazione per dare credito a una parola-valigia inventata da un influencer francese infastidisce una parte della comunità online. Diversi creatori beninesi hanno pubblicato video di rettifica, spiegando che il termine non corrisponde a nulla nella loro lingua madre.
L’irritazione non riguarda il meme stesso, ma il travisamento linguistico. Si può ridere di un neologismo assurdo. Associare forzatamente questo neologismo a una lingua reale per amplificare il buzz è un’altra cosa.
Meme kayakobeme: perché la meccanica virale supera il contenuto
Il funzionamento del meme kayakobeme si basa su tre meccanismi che non hanno nulla di nuovo ma che, combinati, spiegano la sua longevità insolita:
- Un sottinteso sessuale volutamente vago, che spinge gli utenti a cercare il significato “vero” (e quindi a interagire, commentare, condividere)
- Una sonorità esotica percepita come africana dal pubblico francofono europeo, il che alimenta i tentativi di traduzione e le reazioni offese
- Un formato breve (Shorts, Reels, TikTok) che favorisce la totale decontestualizzazione della parola rispetto all’intervista originale
La maggior parte delle persone che usano oggi il termine non ha mai visto lo scambio tra Tom e Anthony Sirius. La parola circola staccata dalla sua fonte, il che facilita tutte le reinterpretazioni.

Ciberbullismo e derive concrete attorno al meme in Benin
In Africa francofona, le derive legate ai meme virali non rimangono virtuali. Nella Repubblica Democratica del Congo, il movimento Telema Mwana ya Mapinga ha denunciato pubblicamente gli attacchi online contro le donne, alimentati da espressioni tratte da meme distorti. Il passaggio dalla risata al bullismo avviene in pochi condivisioni.
In Benin, testimonianze sui social mostrano che kayakobeme è stato usato come insulto, in particolare nei confronti delle donne, in commenti e messaggi privati. Il sottinteso sessuale del termine facilita questo scivolamento. Una parola “divertente” in un’intervista diventa un’arma verbale quando viene applicata a persone reali in un contesto di scherno.
La moderazione, assente nel dibattito
Né TikTok, né Facebook, né YouTube hanno segnalato il termine come potenzialmente offensivo nei loro strumenti di moderazione automatizzati. I resoconti variano su questo punto: alcuni utenti riportano che video che utilizzano la parola sono stati rimossi per “contenuto sessuale”, altri che compilation di kayakobeme accumulano centinaia di migliaia di visualizzazioni senza restrizioni.
Questa incoerenza riflette un problema strutturale. I sistemi di moderazione automatizzati funzionano attraverso il riconoscimento di parole chiave esistenti. Un neologismo inventato sfugge per definizione ai filtri, il che gli conferisce un vantaggio virale che i termini espliciti non hanno.
Il meme kayakobeme rimane attivo, riciclato sotto nuove forme a ogni ondata di contenuti. La sua traiettoria in Benin illustra un meccanismo che si riscontra sempre più spesso: un contenuto umoristico prodotto in Europa francofona, reinterpretato e politicizzato altrove, senza che i creatori originali misurino (o si preoccupino di) l’impatto locale. La traduzione, anche se falsa, è sufficiente a innescare il ciclo.



